Dpef 2009: tutte le promesse mancate di Berlusconi
21 Lug 2008
Dpef 2009: tutte le promesse mancate di Berlusconi
Roma 21 luglio 2008
Luigi Marino
Il Documento di programmazione economico-finanziaria per il 2009-2113 indica come priorità assolute l’accrescimento della produttività del sistema paese ed il progressivo risanamento della finanza pubblica. Obiettivi teoricamente condivisibili se il loro perseguimento fosse improntato all’equità sociale e fiscale. Ma la logica di fondo del documento è quella già sperimentata nel precedente governo Berlusconi: riduzione del ruolo dello Stato attraverso un drastico ridimensionamento della spesa pubblica, “senza nuove tasse e senza ridurre i servizi”, che però “saranno aperti al mercato”, cioè privatizzati. Insomma la quadratura del cerchio!
Per uscire dalla crisi (diminuzione della crescita, dell’export, della domanda interna, del potere d’acquisto di salari e pensioni, ecc.) in vario modo a pagare saranno quindi i soliti noti, i lavoratori a reddito fisso ed i pensionati, sia perché inevitabilmente i servizi saranno più costosi o ridotti, sia perché gli aiuti fiscali, che sono stati promessi ai lavoratori dipendenti, ai pensionati ed alle famiglie, sono inadeguati se non virtuali.
Eppure i lavoratori italiani guadagnano il 20% in meno della media OCSE e così pure stanno indietro per potere d’acquisto. A fronte di un’inflazione reale che viaggia sul 3,8%, è fissata un’inflazione programmata dell’1,7% per il 2008 e dell’1,5% per gli anni successivi, il che produrrà maggiore povertà, un restringimento e non un incremento dei consumi privati. Altro che tutela del potere d’acquisto! I lavoratori potranno però sbarcare il lunario effettuando molto lavoro straordinario ottenendo così un illusorio beneficio fiscale a scapito della sicurezza sul lavoro e del modello di vita. Perché invece non provvedere a restituire il fiscal drag e a concedere le detrazioni fiscali da tempo richiesti dalle Organizzazioni sindacali? Ovviamente Confindustria e company non sono interessate a questo discorso, che è di giustizia fiscale, ma che va più incisivamente in direzione dell’allargamento della domanda interna. I primi passi della manovra e dello stesso DPEF avrebbero dovuto avere come obiettivo prioritario proprio l’aumento dei consumi e degli investimenti. Invece si procede in senso contrario con conseguenti effetti recessivi anche sull’occupazione, soprattutto femminile e giovanile.Non sono previste misure a sostegno dei redditi più danneggiati dalla inflazione, né particolari interventi di politica stato sociale.
Per le tasse, almeno per i prossimi anni, non vi sarà nessun abbassamento della pressione fiscale.
In compenso, con l’annunciato “federalismo fiscale” resteranno ticket ed ulteriori addizionali regionali. Per non dire come la sua attuazione finirà, nel settore anzitutto della sanità, per penalizzare le regioni più piccole o meno ricche. Con il decreto-legge 112 del 25 giugno sono stati anticipati alcuni contenuti della manovra. Le questioni di metodo ci interessano sino ad un certo punto. Vediamo la sostanza: quali le linee strategiche? Il rilancio del Mezzogiorno? Per il Sud, il cui divario con il centro-nord non può che aumentare nell’attuale congiuntura non favorevole, non solo non viene riconfermata la percentuale del 45% della spesa in conto capitale, come il precedente Governo Prodi aveva stabilito, ma, per coprire l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa anche per i più abbienti, vengono sottratte risorse destinate alle infrastrutture, in particolare della Calabria e della Sicilia. Il nostro sistema produttivo risente di uno svantaggio competitivo anche per lo stato attuale delle infrastrutture, carenti soprattutto al Sud. Ma con il DL 112 subisce un taglio drastico, ancora non pienamente valutabile, anche il Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS), Tutto questo con buona pace dei parlamentari meridionali del PdL, entusiasti sostenitori delle nuove infrastrutture, come l’Alta Velocità Napoli-Bari o il Ponte sullo Stretto, niente affatto preoccupati della assoluta carenza dei fondi per finanziare l’elenco delle Grandi Opere programmate, che ha nelle migliori intenzioni un valore meramente ricognitivo. A meno che non si contentino del progetto di istituire la nuova Banca del Sud, tra l’altro con una dotazione iniziale risibile, che dovrebbe essere lo strumento per risollevare il Mezzogiorno. Con il decreto, tra l’altro, si avvia una nuova fase di dismissioni del patrimonio immobiliare di Regioni, Province, Comuni ed altri enti locali, secondo le modalità e le disposizioni già imposte nel 2001 dal precedente governo Berlusconi.
Inoltre al decreto è allegato un elenco di disposizioni da abrogare. Si tratta per la quasi totalità di norme di fatto obsolete, già superate da un pezzo!Il Ministro Calderoni vende fumo. Staremo a vedere, dopo i primi fatti dimostrativi, quali leggi saranno inserite nella tabella E della Finanziaria, che definanzia in tutto o in parte le autorizzazioni di spesa per il triennio. Per intanto, al di là degli annunci, nessuna azione concreta sin qui è stata posta in essere per contrastare gli ingiustificati aumenti dei generi di prima necessità e delle tariffe.
Insomma la linea di politica economica del governo Berlusconi IV è la prosecuzione pedissequa di quanto già visto in passato: qualche regalo agli amici, come diceva B. Visentini, un po’ di demagogia tanto per dare l’impressione di dare subito qualcosa, mentre ai problemi veri di questo paese (questione salariale, precariato, casa, infrastrutture materiali ed immateriali, ricerca, innovazione, scuola, formazione, ecc.) non viene data risposta.
Contributo di Salvatore Montano, Assessore al Comune di Pisa per il Pdci per Le Politiche Abitative
La manovra sulla casa per la prima volta mette le basi per affrontare seriamente il problema abitativo in questo paese.
Infatti ancorchè minime sono previste detrazioni d’imposta di 300 euro (25 euro al mese) per gli inquilini con un reddito fino 15.493,7 e di 150 euro (12 euro circa al mese ) per i redditi che vanno da 15.493,7 a 30.987,41 a fronte di affitti di 600 euro,800 euro, 1000 euro mensili e oltre.
Questa decisione, però, elimina i benefici per quei locatari con contratto a canone concordato, che beneficiavano di detrazioni sull’affitto fino a 1200 euro circa all’anno. Condivisibile è, invece, la decisione dell’utilizzo di 150 milioni di euro per edilizia sociale ( a prezzo calmierato per nuove costruzioni in aree demaniali). E’ previsto, inoltre, un intervento di 550 milioni di euro per recuperare alloggi pubblici fatiscenti, per acquistarne altri, per prenderne in affitto altri ancora (agenzia casa) da destinare a canone sociale per gli sfrattati in condizioni disagiate, secondo la legge 9/2007.
L’Italia è in coda all’UE come numero (4%) di abitazioni sociali, con il 75% in meno rispetto alla altre nazioni Europee.
Un discorso a parte merita la detrazione ICI. Essa, a mio avviso, non è da inserire nel pacchetto casa bensì nella manovra di detassazione. Tale detrazione va comunque verso il riconoscimento dell’alloggio (prima casa) quale bene sociale primario.
Nella Legge Finanziaria rimangono le detrazioni per gli affitti per giovani studenti fuori sede, per i quali è prevista una detrazione di imposta pari al 19% del canone di locazione calcolata su un imposta massima di 2.633 euro. Tale detrazione non può superare i 500 euro all’anno.
Questa manovra tuttavia rappresenta un po’ d’acqua in un bicchiere fino ad oggi vuoto.
C’è un’inversione di tendenza rispetto ai cinque anni del governo Berlusconi, disastroso per i soggetti più deboli della società. Quel Governo, talvolta con “strani” compagni d’avventura, ha di fatto lavorato per distruggere la concezione democratica e di sinistra, secondo la quale l’uso ( l’abitare) ha un valore preponderante rispetto al valore di scambio (guadagno), e più in generale la soddisfazione dei bisogni primari deve prevalere sulla ricerca del massimo profitto.
Proposte per un programma economico della sinistra
18 Set 2007
Proposte per un programma economico della sinistra
Contributo di Grazia Paletti
Stanchi delle discussioni sul contenitore (ma spero che il nome almeno sia chiaramente definito: SINISTRA) dovremmo avere un orizzonte con un’ottica più lunga ed ambiziosa: costruire un programma economico della sinistra, o almeno alcuni spezzoni di esso attraverso nostre proposte. E inoltre ricostruire una teoria che lo supporti, senza buttare alle orticheil nostro patrimonio teorico e culturale esistente in questo campo, come ha pensato di fare qualcuno in nome del mercato e del capitalismo trionfante o della fine della storia, ma invece ripensandolo ed aggiornandolo, insomma dando una ripulita e rilucidata alla “cassetta degli attrezzi”.
Anche perché, come si vede dagli attuali eventi relativi ai prestiti subprime, alle banche, alle borsee annessi e connessi, il capitalismo non è poi mica tanto trionfante, e non è la fine della storia.
Citando Hobsbawm: “Il vecchio secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo”……
“Viviamo in un mondo catturato, sradicato e trasformato dal titanico processo tecnico-scientifico dello sviluppodel capitalismo, che ha dominato i due o tre secoli passati. Sappiamo, o per lo meno è ragionevole supporre, che tale sviluppo non può proseguire all’infinito….”
“Marx aveva ragione. Il capitalismo avrebbe finito col segare almeno uno dei rami su cui sedeva……”
“Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare….il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio”.
Vi sono tante idee da recuperare, dalle categorie alla base della distribuzione del reddito della scuola classica (profitti, rendite, salari), alla teoria dello sfruttamento di Karl Marx, fino ai marxisti del XX secolo con Rosa Luxemburg, Lenin e altri, poi l’innovazione di Schumpeter ed infine Keynes con il ruolo della domanda, quindi del consumo per generare investimenti e reddito. E’ importante riaffermare questi capisaldi teorici perché oggi nelle politiche economiche prevale di gran lunga la teoria della scuola di Chicago, il monetarismo e l’economia dalla parte dell’offerta, cioè gli incentivi e le agevolazioni alle imprese che dovrebbero generare lo sviluppo. Ebbene, questo in parte potrebbe funzionare solo se i profitti fossero sempre e tutti destinati agli investimenti, senza peraltro dimenticare con Keynes che se la domanda non “tira” gli investimenti non si fanno, e la domanda si incentiva a partire dai redditi più bassi che presentano una propensione al consumo molto elevata. Ma… c’è un ma grosso come una casa: oggi a prevalere sono gli investimenti finanziari o immobiliari, non quelli in beni capitale delle imprese.
A conferma, una recentissima indagine della Associazione Artigiani e Piccole Imprese (CGIA) di Mestre: le grandi imprese fra il 2000 ed il 2006 hanno investito negli immobili (diversi da abitazioni di famiglie consumatrici) anziché in macchinari: gli acquisti dei primi sono aumentati del +88,1% mentre i secondi sono addirittura scesi del -7,2%, mentre nello stesso periodo l’inflazione è aumentata del +15,1%. Nel solo 2006 gli investimenti nel settore delle costruzioni sono stati quasi il triplo di quelli in macchinari ed attrezzature varie: 218,9 miliardi di euro a fronte di 79,6 miliardi di euro. (I dati registrano ifinanziamenti richiesti dalle grandi aziende alle banche secondo la destinazione economica dell’investimento.) Si è dunque privilegiato l’investimento esterno di natura speculativa piuttosto che quello interno ai cicli produttivi dell’azienda per innovare, migliorare la competitività (di cui nei convegni ci si riempie tanto la bocca!) e divenire più concorrenziali sui mercati internazionali.
La CGIA di Mestre sottolinea che l’investimento in immobili degli ultimi 5 anni è stato fortemente agevolato dalla cosiddetta Tremonti bis.
Paradossalmente il capitalismo di oggi viene messo in crisi da strumenti del liberalismo classico come concorrenza, lotta alle rendite.
Dunque per la sinistra c’è molto da recuperare in termini diteoria economica e di economia politica, per dare oggi un serio fondamento alle proposte di politica economica che necessariamente, ed ambiziosamente, deve formulare come elementi per il governo del paese.
Proviamo ad elencare alcuni punti di tali proposte.
-Riprendere distribuzione del reddito e teoria dello sfruttamento.
Quindi questione salariale e anche controllo del processo lavorativo e delle condizioni di lavoro (ricordiamo in proposito le lotte degli anni ’70)– questione sicurezza sul lavoro, e ovviamente precarietà e lavoro nero. Al contrario oggi con la detassazione degli straordinari proposta dal governo si toglie al sindacato il controllo del processo produttivo e se ne riduce il potere contrattuale.
-Favorire la creazione di ricchezza con investimenti in innovazione e di conseguenza lavoro, destinando i profitti agli investimenti invece che a rendite finanziarie e speculative.
A tale proposito si può riprendere una idea sulla quale a sinistra si lavorò a fine anni 70 :la detassazione dei profitti reinvestiti all’interno della azienda in beni strumentali (non in auto aziendali di lusso per i dirigenti).
-La tassazione delle rendite finanziarie così controversa oggi va assolutamente sostenuta.
-Tutti gli interventi di agevolazioni a pioggia non vanno bene, devono essere condizionati a comportamenti virtuosi.
E’ lo stesso segretario della CGIA di Mestre Bertolussi che commenta negativamente la riduzione del cuneo fiscale: “il governo non avrebbe dovuto premiare indistintamente tutte le imprese; si sarebbe dovuto tener presente chi ha diversificato i propri investimenti in settori maturi per fare solo ed esclusivamente profitti e chi invece ha ri-immesso tutto nella propria azienda per renderla piùvirtuosa e più concorrenziale con l’obbiettivo di aumentare l’occupazione.”
Penso che la Sinistra, con i partiti, i movimenti, le associazioni, il popolo del 5 maggio, dovrebbe fare tutta insieme uno sforzo in direzione dell’unità, e che dovremmo subito iniziare a lavorare su un programma.
Con il Documento di programmazione economico-finanziaria per i prossimi 4 anni il Governo ha scelto di agire prioritariamente sul fronte dello sviluppo economico, anche attraverso il sostegno della domanda interna e dei consumi privati in particolare, “senza tuttavia mettere a repentaglio gli equilibri di bilancio”. Grazie alla ripresa dell’economia italiana, al positivo andamento dei consumi, delle esportazioni e della produttività si prevede di raggiungere gli obiettivi programmatici fissati “senza dover ricorrere ad ulteriori manovre correttive”, anche se persistono alcuni fattori di rischio quali la spesa per interessi ed altre componenti della spesa corrente.
Il risanamento della finanza pubblica non è certamente un tema esaltante per chi in questi anni ha dovuto fare salti per far quadrare i conti della propria famiglia. Le aspettative rispetto alle concrete possibilità di rispondere in modo adeguato sono state alte. Quindi riconquistare il consenso di chi ha dovuto ulteriormente stringere la cinghia è esigenza primaria per superare delusione e disaffezione. D’altra parte va ricordato che nella finanziaria 2007 è stato espressamente stabilito il principio che le risorse derivanti dalla lotta alla evasione fiscale dovranno andare a ristoro dei cittadini meno abbienti ed alla riduzione delle imposte soprattutto sui lavoratori dipendenti e pensionati. Noi riteniamo che nel confronto in atto tra le forze politiche di maggioranza e con le parti sociali non debbano sfuggire altre questioni cruciali che riguardano la stabilizzazione del lavoro, l’aumento del potere di acquisto dei salari, stipendi e pensioni, gli incapienti, i quali non hanno potuto beneficiare di alcuna agevolazione in quanto dal reddito bassissimo, il fiscal drage, che è uno dei modi di intervenire a favore dei lavoratori, e la politica abitativa soprattutto attraverso il rilancio dell’edilizia residenziale pubblica recependo le proposte contenute nel documento di concertazione siglato dalle Associazioni del settore. Ma indubbiamente non va ignorato che il cammino del risanamento resta ancora lungo per il gravoso debito accumulato dagli anni ’80 in poi, che ancora oggi supera in percentuale la stessa ricchezza nazionale complessiva e comporta un salasso di circa 75 miliardi annui per gli interessi da pagare, un qualcosa come circa 35 miliardi in più rispetto ad altri paesi europei. Certamente in un periodo di vacche magre si può pensare alla stabilizzazione del debito. Ma quando c’è una congiuntura favorevole, un andamento dell’economia in crescita e quindi entrate in più per il bilancio statale rispetto al passato, una politica di stabilizzazione del debito sarebbe un azzardo, una scelta molto rischiosa a meno che non si reputi, puntando solo sullo sviluppo, che il debito possa automaticamente ridursi in modo consistente o annullarsi con il solo passare del tempo, andando così nel dimenticatoio. Insomma ci si toglie parte dei debiti quando si ha qualche disponibilità in più, non quando le casse sono vuote. Non quindi “rigorismo” ottuso, sollecitato a più riprese dai soliti benpensanti per scaricare sempre sulle spalle dei più deboli gli oneri del risanamento, ma attenzione agli impegni assunti anche a livello europeo mentre si stabiliscono le linee di fondo della politica di programmazione diretta allo sviluppo ed alla sostenibilità sociale della prossima Finanziaria improntata ad equità e al rispetto degli impegni assunti davanti agli elettori.
Un invito al Governo invece volto alla stabilizzazione del debito appare del tutto ultroneo e velleitario, tanto più che l’Esecutivo ha respinto le pressioni di Bruxelles volte ad insistere con le misure di rigore finanziario.
Comunque l’emergenza, relativamente al rapporto deficit/PIL non in regola, è senz’altro superata. Con la prima finanziaria di questa legislatura i conti sono stati rimessi in ordine, sfidando anche l’impopolarità dei sacrifici richiesti. Ora è necessario un cambio di marcia, una correzione di tiro per superare incomprensioni e rimuovere atteggiamenti di delusione e di sfiducia. A parte lo scontro e la disputa ancora in atto sullo “scalone” previdenziale, che per intanto è stato stralciato, il DPEF, votato all’unanimità ed ora trasmesso al Parlamento, che definisce il quadro macro-economico e gli obiettivi di finanza pubblica per gli anni 2008-2011, sarà accompagnato da un provvedimento legislativo urgente (un decreto-legge probabilmente), che ripartirà le risorse dell’extra gettito acclarato destinate in particolare all’aumento con il carattere strutturale dal 2008 delle pensioni più basse, a partire da quelle formatesi con i contributi da lavoro che riguardano circa tre milioni di pensionati, al potenziamento degli ammortizzatori sociali soprattutto nei periodi di disoccupazione, delle misure a favore dei giovani precari e delle famiglie, alla ulteriore franchigia dell’ICI sulla prima casa oltre a provvedimenti sugli affitti.
Al DPEF è allegato un documento relativo alle infrastrutture aventi carattere di priorità per il quinquennio 2008-2012, e comunque rispondenti ai criteri e vincoli di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Fermo restando l’esigenza di ricercare sempre il consenso da parte dei cittadini attraverso una tempestiva puntuale illustrazione dei progetti ed informazione su tutti gli aspetti (compatibilità ambientale, potenzialità occupazionale, controindicazioni, etc.) con la Finanziaria si dovranno reperire le adeguate risorse per realizzare queste opere il cui deficit penalizza l’attività economica in tutto il paese, che non può rischiare di essere tagliato fuori dalle grandi correnti di traffico e di comunicazione. Sulle scelte di fondo del DPEF non vi sono quindi da parte nostra particolari perplessità e riserve. La nostra contrarietà investe invece la prospettata intenzione del Ministero dell’Economia di procedere ad ulteriori privatizzazioni (dalle Poste all’Istituto Poligrafico), che riteniamo non condivisibili. Si tratta complessivamente di un Documento, che è indirizzato nelle sue linee portanti allo sviluppo e all’incremento della spesa sociale, che è più bassa di 2 punti rispetto alla media europea. Questo senza ignorare il rapporto debito/PIL che nel 2006 è stato pari a 106,8% in lieve crescita rispetto al 106,2% del 2005.
In conclusione si tratta di un DPEF coerente e responsabile, con un respiro sociale, rispondente ad un patto intergenerazionale, come è stato giustamente detto, ma che punta allo sviluppo economico “condizione necessaria affinché il risanamento finanziario dovuto alla manovra impegnativa e rigorosa dell’anno scorso si traduca in un miglioramento duraturo”.
Meno tasse, meno burocrazia, più sicurezza, più federalismo, più infrastrutture: sino a che punto la questione settentrionale può ridursi a queste rivendicazioni ed in che misura?
Non abbiamo mai negato o sottovalutato la specificità della “questione settentrionale”, anche se resta tuttora irrisolta quella meridionale, che è ancora oggi questione nazionale, la cui soluzione può costituire la fortuna o meno del paese come scriveva Giustino Fortunato, ed insieme questione europea, se l’Europa vuole guardare all’altra sponda del Mediterraneo ed alla nuova realtà asiatica.
Certamente il Sud non è quello di cinquantanni fa. Basti considerare il rapporto vani-abitanti, la densità telefonica e automobilistica o anche oggi il numero di cellulari, il sistema di comunicazioni e così via. Ma il paese è ancora duale ed il Sud avrebbe bisogno di crescere di più per ridurre le differenze in termini di reddito pro-capite, di occupazione, di sviluppo rispetto al nord. Indubbiamente il deficit infrastrutturale che affligge il Mezzogiorno è grave, a cominciare dall’acqua che o manca o non è potabile in tanti territori del profondo Sud. Ma non si può negare che tale deficit esiste in misura notevole anche al Nord e nel Nord-Est in particolare, ove le infrastrutture si sono rivelate - a fronte dello sviluppo economico e sociale intervenuto - carenti, assolutamente inadeguate e spesso obsolete rispetto alle esigenze di un apparato produttivo che deve fare i conti con l’internazionalizzazione dell’economia e con la conseguente sfida competitiva. Il maggiore dinamismo economico della Spagna, che ha prodotto la riduzione del dualismo tra zone ricche e zone meno sviluppate, nonché l’emergere di nuove forze imprenditoriali è stato anche il risultato di moderne ed efficienti infrastrutture e di investimenti mirati. Da qui la necessità di una urgente e fattiva risposta da parte del Governo.
Ancora alla luce degli ultimi dati ISTAT relativi al 2006 il dualismo Nord Sud si è accentuato. Dopo il ristagno dell’economia nel quinquennio precedente, il PIL cresce al Nord del 2,3%, mentre solo dell’1,4% al Sud. Per risalire la china, sia pure gradualmente, il Mezzogiorno dovrebbe crescere percentualmente molto di più, così pure per quanto concerne i consumi delle famiglie. Certamente le risorse messe a disposizione con l’ultima Finanziaria insieme al ripristino di alcune misure (credito d’imposta,imprenditoria giovanile, etc.), che erano state cancellate dal precedente governo di centro destra, potranno, se correttamente utilizzate, determinare una positiva inversione di tendenza. Comunque il dato riguardante il Nord, anche se migliore rispetto a quello del centro e del sud, è ancora notevolmente al di sotto di quello di altri paesi europei. Il che significa che occorre ancora tanto adoprarsi per rimuovere anche nel settentrione tutti gli ostacoli che ancora sussistono e che impediscono una crescita sensibile dell’intero sistema produttivo del paese.
Uno dei problemi italiani e del sud in particolare non è a volte quello dell’entità degli stanziamenti, anche se cronicamente insufficienti, bensì quello della qualità della spesa, se cioè sia mirata o meno ad uno sviluppo sostenibiledel sistema paese.
Se al sud, che comunque non costituisce una realtà tutta omogenea, bensì differenziata anche all’interno delle singole regioni, spesso si lamenta il mancato rispetto delle regole, che favorisce l’economia sommersa ed il lavoro nero in misura abnorme, nel settentrione invece in particolare i “ceti produttivi” avvertono tutto il peso di una iper-regolamentazione, di una scarsa duttilità degli apparati amministrativi pubblici a fronte di una richiesta di efficienza, di immediatezza di decisioni, di reale efficacia dei provvedimenti adottati ai diversi livelli istituzionali. A questo si aggiunga la insofferenza per un prelievo fiscale considerato eccessivo e insopportabile rispetto al persistere di vaste aree di evasione e di elusione ed ai costi complessivi della politica. Se il sud è afflitto da una particolare diseconomia ambientale, quella della criminalità organizzata, la domanda di sicurezza nel settentrione è diventata sempre più pressante dal momento che anche lì, negli ultimi anni, per gli intrecci e le alleanze che si sono formate tra presenze criminali straniere e nostrane è aumentato fortemente il numero dei reati non solo per i traffici della droga, ma anche contro il patrimonio, poiché “i reati corrono con il denaro”. Quello che lascia con l’amaro in bocca, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali, è la forte propensione all’astensionismo da parte di nuclei sempre più consistenti di lavoratori dipendenti ed autonomi, che ha penalizzato la coalizione di centro-sinistra. Operai, impiegati pubblici, insegnanti sembra acclarato che non abbiano partecipato al voto per delusione o disaffezione. Già dopo il voto dell’anno scorso uno studio dell’IRES-CGIL evidenziava che in vaste zone del nord la maggioranza di operai e pensionati aveva scelto il centro-destra. Così pure i disoccupati e gli occupati in nero. Un blocco sociale che “teme più i cinesi”, avverte solo i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione in sostanza più che le possibilità che l’internazionalizzazione dell’economia offre. Se al sud ancora tiene la famiglia, che spesso funge anche da ammortizzatore sociale per le forme di solidarietà che ancora resistono, nel settentrione, alla luce anche dei continui fatti di cronaca nera e di costume, si fa più aspro il problema della società civile e soprattutto delle nuove generazioni, vittime di culture edonistiche e consumistiche, con atteggiamenti egoistici che non vanno in direzione di una maggiore coesione nazionale. Si tratta di un vero e proprio declino sociale e culturale. E la sinistra incontra sempre più difficoltà nel farsi ascoltare e capire. Ma questo deve costituire un ulteriore sprone a non demordere nella battaglia delle idee e conseguentemente ad agire con coerenza a tutti i livelli istituzionali perché i patti sottoscritti soprattutto in difesa dei ceti più deboli siano rispettati.
La fusione Unicredit – Capitalia - di Luigi Marino
28 Mag 2007
La fusione Unicredit – Capitalia
di Luigi Marino
Roma 28 maggio 2009
Con la fusione Unicredit – Capitalia si è creato il sesto gruppo bancario mondiale, dal peso considerevole anche per le consistenti partecipazioni azionarie possedute. E’ in relazione a questo che c’è stato chi, come E. Scalfari, ha espresso preoccupazioni per una eventuale acquisizione del gruppo da parte di “private equity” o di grandi banche soprattutto americane che potrebbero così divenire proprietarie anche di importanti quote in varie grandi aziende italiane. Ma questo obiettivo sarebbe di sicuro più agevolmente raggiungibile se non vi fosse questa aggregazione, stante la ingente massa monetaria necessaria per una scalata nei confronti della nuova Unicredit.
L’Unicredit-Capitalia non nasce come operazione politica in funzione anti-Prodi, come qualcuno ha pure scritto, ma come un’operazione squisitamente bancaria con un preciso disegno strategico di presenza sul mercato dei capitali e che di per sé può anche meglio contrastare intenzioni di conquista del mercato del credito, che potrebbero comportare il trasferimento altrove degli organismi decisionali e delle stesse scelte di politica creditizia ed industriale.
Le banche infatti non si limitano oggi, per le modifiche legislative intervenute, solo ad erogare crediti, a raccogliere risparmio e ad offrire prodotti finanziari, ma intervengono anche negli assetti proprietari di grandi imprese nazionali. Ed anche da questo punto di vista il problema vero è se queste aggregazioni bancarie sinora realizzate rispondano a tornaconti e vantaggi economici solo degli azionisti o anche a convenienze per i clienti ed i dipendenti (si annunciano per questi ultimi seimila esuberi!), se siano funzionali ad uno sviluppo mirato dell’apparato produttivo e a reggere quindi la sfida della internazionalizzazione della economia oppure a realizzare invece il massimo dei profitti in funzione di operazioni puramente finanziarie sulla scena internazionale.
Da parte di esponenti del centro-destra si è voluto vedere nella nuova aggregazione la “mano visibile” della politica. Ma certamente per i poteri pubblici, per il Parlamento e per il Governo in particolare, sarebbe stato più facile orientare e definire le grandi scelte di politica industriale e le opzioni strategiche di sviluppo, se le banche non fossero state frettolosamente, a nostro avviso, privatizzate dal momento che non vi è niente di più “strategico” del danaro. Stanti così le cose, anche l’ultima vicenda della Unicredit-Capitalia non può essere letta, in modo provinciale, come la “risposta” alla fusione precedente di Intesa-San Paolo-B. di N., ma come sforzo per garantire un assetto bancario rispondente alle necessità ed alle sfide del mondo contemporaneo e del mercato del credito in particolare. Anche se utenti, dipendenti (quali garanzie e prospettive per questi rispetto alla massa di utili che ci si aspetta dell’operazione?), piccole imprese e soprattutto i territori continueranno legittimamente a porsi l’interrogativo “cui prodest?” e ad attendersi adeguate scelte e positive risposte, essenzialmente in termini di riduzione dei costi dei sevizi in particolare nel Sud, in funzione degli interessi generali dei cittadini, del paese e della stessa Europa.
Di fronte a questi eventi resta comunque tutto intatto il problema di assicurare una maggiore trasparenza a queste operazioni, la cui lettura è sempre più complessa e difficile per chi non frequenta salotti buoni e “terrazze”.
Telecom: lo Stato non può stare a guardare - di Luigi Marino
20 Apr 2007
Telecom: lo Stato non può stare a guardare
di Luigi Marino
Roma 17 aprile 2007
Avevamo espresso a suo tempo riserve sul piano Rovati, ma non certamente per l’ipotizzato intervento della Cassa Depositi e Prestiti, da noi del resto auspicato e sollecitato nella vicenda Telecom, bensì perché prevedeva la separazione della rete fissa da quella mobile, che avrebbe fortemente intaccato la unitarietà del gruppo. Ed analoghe forti riserve e preoccupazioni esprimiamo anche oggi per gli stessi motivi. Intanto, mentre qualche altra cordata si prepara a scendere in campo per contrastare o affiancare quella costituita dall’americana At & t e dalla messicana America Movil, imperversa la polemica se spetti al Governo intervenire o meno oppure ci si debba limitare invece, in regime di mercato, solo a stabilire regole senza disturbare il manovratore. E nella querelle il vice-premier Rutelli non ha esitato a dire che bisogna assolutamente escludere ogni intervento pubblico sulla proprietà, evitare cioè una nuova IRI (quasi fosse una parolaccia!), che “ri-statalizzi quello che è oggi nel mercato”: regolare quindi e non gestire!
Il Presidente della Commissione Industria Capezzone, da parte sua, rivolge l’accusa al Governo di interventismo e di “arroccamento anti-mercato”, mentre sarebbe preciso dovere del Governo Prodi solo quello di far rispettare le regole. Da più parti le si invocano “chiunque sia il proprietario”, o si richiede un loro rafforzamento, escludendo però che lo Stato possa immischiarsi direttamente nella vicenda Telecom, cioè in un settore altamente strategico per lo sviluppo economico, scientifico e sociale del paese quale quello delle telecomunicazioni. Anche su quello che doveva essere il ruolo dello Stato, non più gestore, ma solo regolatore, ci fu lo scontro, non solo ideologico, che portò poi nel ’91 ad una nuova rottura a sinistra.
Certamente l’errore commesso nel ’97 con l’avvio del processo di privatizzazione della Telecom fu gravissimo. Così pure quello ripetuto nel ’99. Ma, alla luce di quanto avvenuto successivamente e soprattutto di come il gruppo è stato di fatto gestito sino ad oggi,è possibile pensare che lo Stato debba svolgere solo il suo ruolo “regolatore”?La Costituzione repubblicana, agli articoli. 41- 43 in particolare, prefigura uno Stato non meramente garantista, spettatorepressoché passivo di quanto avviene nel mercato, bensì uno Stato che con la sua “mano visibile” interviene, contrastando chi opera ignorando l’utilità sociale, soprattutto quando si tratti di “servizi pubblici essenziali o di situazioni di monopolio aventi carattere di preminente interesse generale”. Alla luce di queste disposizioni costituzionali, quello che non è giustificabile è un comportamento assenteista del Governo, che invece può e deve intervenire con tutti gli strumenti che ha a disposizione: dalla golden share, espressamente prevista per i settori riguardanti la sicurezza, la difesa e l’ordine pubblico come quello telefonico, sino alla possibilità che la Cassa Depositi e Prestiti o, in prospettiva, lo stesso Fondo per le Infrastrutture (F2i) o altre società, di cui il Ministero dell’Economia detenga pacchetti azionari,intervenganoperché siano tutelati gli interessi generali del paese e dei lavoratori, senza perdere di vista l’obiettivo, in questo settore come in quelli dell’energia, delle reti e delle infrastrutture più in generale, di costituire forme di aggregazione a livello europeo, di cui è sempre più avvertita l’esigenza.
Telecom: il governo può intervenire - di Luigi Marino
04 Apr 2007
Telecom: il governo può intervenire
di Luigi Marino
Roma 4 aprile 2007
Non risponde al vero che il governo non possa intervenirenella vicenda Telecom e non possa comunque ricorrere alla golden share di fronte all’offerta di acquisto avanzata dall’americana At&t e dai messicani di America Mofil. Tant ‘è che il Presidente Cossiga, scherzando spiritosamente, ma fino ad un certo punto e con la consueta arguzia, con il Ministro delle comunicazioni Gentiloni, non ha esitato a dire che, ove il governo dovesse temere “l’orecchio della CIA in Italia”, trattandosi di un settore strategico per giunta molto delicato, potrà benissimo usare la golden share, cioè il potere di veto. Infatti a questa si può fare ricorso senz’altro, anche alla luce delle direttive dell’Unione Europea, per bloccare l’operazione e cosi guadagnare tempoper assicurare un futuro assetto dell’azienda, che con la suarete infrastrutturale riveste un’importanza fondamentale per il Paese, poiché il settore delle telecomunicazioni investe il problema della sicurezzae della difesa nazionali. E’ il minimo che si possa fare per evitare la “colonizzazione” e di essere in balia del mercato senza un progetto strategico di portata almeno europea, che invece si renderebbe assolutamente necessario. Si insiste invece su una “italianità”, auspicando un intervento delle banche italiane anch’esse privatizzate. Intanto la Telecom, da quando è stata privatizzata, non fa che passare di mano in mano, da privati ad altri privati, i quali ben sanno come fare il loro mestiere senza troppi rischi e giocando al rialzoper rendere più difficoltosa la partita. A fronte di tutto questo ogni forma di controllo del settore sfugge del tutto alla mano pubblica.
EURISPES: BUSTE PAGA LEGGERE, QUASI ULTIMI IN EUROPA
30 Mar 2007
LAVORO: EURISPES. BUSTE PAGA LEGGERE, QUASI ULTIMI IN EUROPA
fonte Ansa
Roma 29 marzo 2007
Crescono poco i salari in Italia e comunque molto meno degli altri paesi europei. Se in Gran Bretagna la busta paga dal 2000 al 2005 e' cresciuta del 27,8%, in Italia la crescita e' stata solo del 13,7% (la media europea
e' del 18%). Solo la Germania e la Svezia, paesi dove comunque i livelli retributivi sono mediamente superiori rispetto all'Italia, segnalano un crescita inferiore. Lo rileva uno studio dell'Eurispes.
Se si guarda poi al potere di acquisto dei salari, emerge che l'Italia e' davanti solo al Portogallo. Ha pesato, secondo l'istituto, l'inflazione che di fatto ''ha prosciugato i salari''.
Sotto il profilo della competitivita', invece, il basso costo del lavoro risulta ''un vantaggio perche' la modesta dinamica salariale - evidenzia l'Eurispes -, se confrontata con quella dei nostri partner europei, ci assicura un discreto vantaggio in termini di costi''. In Italia il costo medio in euro per ora di
lavoro e' inferiore a quello di tutti paesi europei ad eccezione della Spagna, della Grecia e del Portogallo.
La posizione del nostro Paese non cambia all'interno della classifica europea, se passiamo a considerare il livello dei salari lordi (l'Italia e' al quartultimo posto). Il cosiddetto cuneo fiscale e' molto diverso da paese a paese e va dal 51% della Germania per un lavoratore senza famiglia a carico al 22,3% del lavoratore con moglie e due figli a carico in Irlanda, che e' il paese con il minor peso del cuneo fiscale comunque lo si calcoli. ''In questa classifica l'Italia - evidenzia Eurispes - non si trova piu' agli ultimi posti: balza al quarto posto, preceduta solo dal Belgio, dalla Svezia e dalla Germania'' e dunque il cuneo fiscale ''appare particolarmente gravoso nel nostro Paese''. Il nostro cuneo fiscale gia' nel 2004 pesava infatti per oltre il 45% (45,8% ad essere precisi) per un lavoratore senza familiari a carico e per il 36,6% per un lavoratore con moglie e due figli a carico. Per quanto riguarda invece gli stipendi e i carichi di famiglia l'Italia, nell'ambito della imposizione sul lavoro,
''attua una moderata politica familiare. Infatti il cuneo - calcola l'Eurispes - e' del 9% inferiore per il lavoratore con tre persone a carico, rispetto a quello senza carichi familiari''.
L'inflazione - conclude lo studio - ha infine giocato un ruolo non trascurabile nel deprimere i salari dei nostri lavoratori in termini di potere d'acquisto: essa infatti negli ultimi quattro anni ha avuto ''un andamento decisamente superiore alla crescita dei salari lordi calcolati in euro riducendo ulteriormente il valore reale dei salari netti in termini di potere d'acquisto''.
Ecco in una tabella il livello del salario annuo netto del lavoratore dipendente, senza carichi di famiglia, nel 2006, in euro a parita' di potere d'acquisto (Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Ocse).
Maggiori entrate: qualcosa per chi “ha stretto la cinghia” - di Luigi Marino
22 Mar 2007
Maggiori entrate: qualcosa per chi “ha stretto la cinghia”
di Luigi Marino
Roma 22 marzo 2007
Il buon andamento delle entrate tributarie registrato a partire da maggio-giugno 2006 ha consentito la riduzione al 2,4% dell’indebitamento della P.A., cioè del rapporto deficit/PIL, e quindi il rientro nei parametri stabiliti a livello europeo. La stima delle entrate è stata rivista al rialzo più volte nel corso del decorso esercizio finanziario e tutto lascia prevedere che anche nel corso del 2007 si possa realizzare un maggiore gettito“strutturale“ rispetto alle previsioni. Sul se e come utilizzare nel 2007 questo extragettito fiscale si sta ancora una volta svolgendo un vero e proprio “tiro alla fune” all’interno della maggioranza di governo. E precisamente tra chi come il Ministro dell’economia, in sintonia con la Confindustria, ecc., vuole privilegiare gli aiuti alle imprese perché solo così si aiuterebbe la crescita, e chi invece, soprattutto la sinistra, ritiene che con l’ultima manovra finanziaria siano stati già affrontati sia il problema del risanamento con i sacrifici compiuti, sia quello dello sviluppo con il consistente aiuto concesso al sistema delle impreseattraverso il cuneo fiscale e chequindi vada conseguitol’obiettivo, più sacrificato, dell’equità sociale, espressamente indicato nel Programma dell’Unione, favorendo quindi i redditi più bassi, gli incapienti, le famiglie, i lavoratori precari di tutti i settori e non solo della Pubblica Amministrazione. Il tavolo Governo-Sindacati, che si svolgerà in questi giorni, verterà essenzialmente su questa disputa in atto, che potrà avere un sensocompiuto ed approdare ad un risultato positivo in termini di ”priorità sociali” se non sarà tralasciata, anzi rafforzata invece la lotta all’evasione ed alla elusionefiscali, condizione imprescindibileper l’allargamento della domanda interna (consumi privati e pubblici, investimenti nelle infrastrutture materiali ed immateriali, nella ricerca e innovazione,ecc.) senza ignorare l’obiettivo della riduzione dell’enorme debito ereditato dal passato (nel 2006 ridottosi al 106,8 % del PIL ), che tuttora comporta di sola spesa per interessi un salasso del bilancio statale di ben 4,8 punti diPIL, cioè più di settanta miliardi di euro nel 2006 (circa 74 miliardi nel2007 secondo le previsioni): insomma un qualcosa, rispetto alla Francia o alla Germania, come 30-35 miliardi all’anno di interessi in più da pagare! E’ questo dato sostanzialmente che fa riflettere e che segna la differenza anche in termini di qualità degli ammortizzatori sociali previsti dalla legislazione di questi altri membri dell’Unione Europea. Ma preliminarmente, a nostro avviso, occorre che il Governo faccia chiarezza sulla entità effettiva di quelle entrate strutturali o permanenti, che compongono questo extragettitoregistrato nel 2006. In un recentissimo studio del Ministero dell’Economia l’aumento del gettito erariale è stato accertato in 35,8miliardi di euro rispetto al 2005. Ma di questo circa 10 miliardi sono dovuti alla crescita dell’economia, così come avvenuto in Spagna, Germania ed altri paesi europei; 8,1 miliardi per fattori eccezionali ed una-tantum. Ed ancora cinque miliardi derivano da manovre permanenti e dodici legati alla emersione di base imponibile. Il che significa che anche se le entrate vengano depurate dei provvedimenti presi dal precedente Governo, il gettito rimane molto più elevato di quanto ci si aspettava. In sostanza tra misure antievasione previste dal decreto-legge 223 del luglio scorso e maggiore tendenza dei contribuenti ad assolvere il proprio dovere fiscale, la parte “strutturale” dell’extragettito si aggira sugli otto-dieci miliardi,che dovrebbero andare a costituireil plafondeventualmente da dividere nel 2007. Ma diquesto ammontare “permanente”, frutto dell’emersione fiscale, il Ministero non dà ragione del suo formarsi.